martedì 3 marzo 2015

Senso di colpa con rimborso

(Gazzetta Matin, 2 marzo 2015)

Non facciamo bella figura, con questa storia dei rimborsi anche se, nel senso comune, le accuse non sono così roboanti. Report esibì una ricevuta da un milioncino di euro per un gruppo del consiglio calabrese e ricordiamo il suv comprato nel Lazio per fronteggiare la rarissima neve romana. I nostri sono nei guai anche se l’impiccio da dirimere riguarda i costi del precario giornalino del movimento. In più, li conosciamo di persona, e li sappiamo diversi dal signor Fiorito.

Tuttavia, indipendentemente dall’esito, il danno è fatto per la sola esistenza dell’accusa. Il nostro adeguamento al funzionamento delle altre assemblee regionali ha comunque lasciato aperto un varco che avremmo potuto tenere chiuso, proteggendo la reputazione non soltanto del Consiglio Valle, ma anche della nostra autonomia e della Valle d’Aosta. Assimilati alle altre Regioni, fatichiamo a spiegare che siamo più seri, proprio in questa stagione di riforme.

Viene allora spontaneo chiedersi come si sia potuto lasciare agli eletti in Consiglio Valle la responsabilità diretta e personale della gestione fisica e contabile dei soldi, cioè di tenere contratti, ricevute e pagamenti. Leggiamo di errori banali in assenza del ruolo degli uffici: separazione tra decisore, liquidatore e pagatore, controllo esterno, trasparenza, regolarità degli archivi. I nostri personaggi più coloriti si sono trovati conservare ricevute, senza accorgersi che gli uffici si erano ritirati dalle proprie responsabilità, lasciando loro in mano un petardo a orologeria e alla nostra autonomia una mina sotto i piedi. Una burocrazia qui distratta, ma arcigna e mal zelante altrove, quando con i fondi europei rifiuta il rimborso del trasporto alternativo all’oratore atterrato in altro aeroporto, o immagina i professori universitari non candidabili alle elezioni regionali.

Anche la società civile poteva mettere becco. Oggi la morale dei giornalisti stride, se da tempo potevamo scrivere una noterella, o fare un’inchiesta prima della procura. Sia detto non per cospargere falsamente d’inchiostro il capo mio e dei colleghi, ma per il futuro. Perché i capigruppo, sotto gli occhi tutti, fanno ancora adesso, a marzo 2015, il lavoro degli altri: tengono contratti, carte, e fanno i conti a penna, pronti a sbagliare un totale e a perdere una ricevuta. Con gli uffici che ancora non hanno fatto proprio l’errore, e ancora paiono irresponsabilmente distratti.

Enrico Martial

venerdì 27 febbraio 2015

La Svizzera è vicina

(Gazzetta Matin, 23 febbraio 2015)
Sia anche per adeguamento a disposizioni nazionali, l’amministrazione regionale elimina le posizioni di 14 dirigenti,  come già era avvenuto nel marzo del 2012, quando i posti tagliati furono 12. Sono azioni di revisione della spesa che in Valle proseguono con sofferta regolarità, a differenza di regioni che se ne infischiano. Sono accompagnate da strumenti di facilitazione, o colgono l’età della quiescenza per coloro che occupano quelle posizioni.

Occorre un’amministrazione più leggera, e sarebbe ottimo se fosse anche più efficiente. L’elefantiasi del sistema pubblico (italiano ma anche valdostano) deriva però non solo dal numero dei dirigenti, ma anche dall’eccessiva presenza nell’economia, da troppi beni demaniali spesso male utilizzati e con scarsa manutenzione. Troppo pesanti si diventa lenti: capita anche in Valle d’Aosta, in cui da tre anni si attende una gara per dare un futuro a un pezzo del vecchio villaggio minerario di Cogne.

Accanto ai tagli, ci vorrebbe dunque più efficienza, che richiede però spinta e visione politica. Per esempio, in Svizzera il cambio con l’euro è passato da 1,6 del 2008 prima a 1,2 e poi fino a 1,07 attuali. Gli sforzi di contenimento della Banca centrale svizzera alla fine hanno lasciato libera la moneta di fluttuare. Eppure dalla nostra macchina amministrativa regionale e dalla camera di commercio non c’è stata quasi reazione.  Non ci è venuto in mente che l’appartamento, per noi di 200.000 euro, al cittadino di Martigny con franco rivalutato costa oggi, alla grossa, circa 135.000 euro. O che il rubinetto del negozio a Quart, il mobile della cucina venduta a Sarre, il servizio dell’artigiano di Roisan, venduto a Verbier o a Montreux è di fatto scontato per il compratore svizzero del 35%-37% rispetto a cinque anni fa.

Anche indipendentemente dall’andamento delle importazioni generali, gli acquisti frontalieri di parte svizzera sono in impennata. Ci vorrebbe perciò informazione e promozione, un affiancamento delle imprese e degli artigiani per aiutarli a esportare beni e servizi. Si potrebbe ricordare che la Svizzera è vicina e pensare a quante opportunità siano offerte a un’economia come la nostra, alla ricerca di sbocchi e di nuovi percorsi. Nel corso di questa settimana, ogni assessore ne potrebbe parlare con il restante centinaio di dirigenti regionali. Non sarà un corso di formazione, ma almeno sarà un segnale a darsi da fare.

Enrico Martial

venerdì 20 febbraio 2015

14 miliardi e non sentirli


(Gazzetta Matin, 16 febbraio 2015)
Al convegno “Abitare 2.0” organizzato il 12 febbraio da Nuova Energia, c’erano tre assessori e un presidente di Camera di commercio, con un parterre di professionisti, imprenditori, proprietari di vera qualità. Mentre si parlava d’innovazione, di partenariato pubblico-privato, di tecnologie verdi e di funzione del fabbricato, il discorso è andato a cadere sui soldi che son finiti.  Va bene, la mancanza di denaro è stimolo all’innovazione, al mercato: un fatto positivo. Se non fosse che questa consapevolezza è di solito da noi accompagnata - com’è avvenuto nel convegno - da gran sensi di colpa, sui soldi che si son precati e che forse neppure ci spettavano.

Questo cospargersi di cenere per i peccati passati è certamente un bene, perché invita a migliorarsi, e
perché in Valle, adusi a criticare ogni muretto e teleferica, il controllo sociale è forte: le cose losche
diventano presto chiare ai più, e alla fine il troppo scaltro (a meno che non sia proprio un genio) vien
pescato, e quantomeno privato di stellette.  La Valle è un luogo dove il controllo sociale (quindi politico) esiste, dove due Presidenti che viaggiavano in elicottero hanno presto visto sgretolarsi la loro maggioranza, anche perché viaggiavano in elicottero.

La Regione Piemonte ha circa 14 miliardi di debiti, 8 suoi e circa 6 delle partecipate, senza contar province e comuni. Non chiude mai il bilancio (la legge regionale di stabilità) il 31 dicembre e va sempre in esercizio provvisorio. Diventano sfasati anche i bilanci delle ASL, così ognuno spende stimando quanto gli spetta, e ovviamente spende di più. Per capirsi, 14 miliardi sono circa 3-4 punti di IVA in meno per l’anno prossimo per tutta l’Italia, dal 22% al 19%. Eppure, laggiù i sensi di colpa non si vedono, e i miliardi sembrano leggeri: il Piemonte così poco sabaudo vorrebbe acquisire la Liguria (il progetto Limonte della Bresso) e fors’anche la Valle d’Aosta (proposta Chiamparino et alii sulla fusione delle Regioni).

Non siamo svizzeri, ma in Valle i bilanci si chiudono per tempo, e i tagli si fanno prima dei debiti. Le opere pubbliche sono presenti, anche se si poteva far meglio. Per questo in Valle, quando si indugia sulle nuove maggioranze, si potrebbero produrre meno dubbi e sensi di colpa, e avere più serenità sul proprio passato e più coraggio per il futuro. Gli accordi e i programmi sarebbero senz’altro più facili da costruire.

Enrico Martial

giovedì 12 febbraio 2015

Confondere le priorità non aiuta


(Gazzetta Matin, 9 febbraio 2015)
Bene ha fatto Laurent Viérin a dire che non era faccenda di poltrone. La questione dell’autonomia è infatti al centro del dibattito, e il tavolo politico che avviato con la Constituante a Cogne dovrebbe essere il metodo. Il problema dell’autonomia dovrebbe venire prima delle politiche di settore e prima delle posizioni di governo, che sono strumentali e subordinate. Il futuro della Valle d’Aosta come soggetto autonomo nel quadro della Repubblica è oggi al centro dell’agenda politica: l’UVP, a Cogne, ha avuto il merito di sottolinearne la priorità.

Da fuori Valle i segnali negativi si rafforzano. Pur nell’ottima elezione del Presidente della Repubblica, diversi osservatori hanno notato che nel discorso alle Camere non solo non v’era riferimento alle autonomie, ma neppure alle Regioni e ai territori. Chiamparino, Presidente della Conferenza delle Regioni, dove siede anche la Valle d’Aosta, ha rilanciato questa settimana la proposta di fusione delle Regioni, disegnando una specie di ritorno al Regno di Sardegna. Il Ministero degli Affari regionali della dimissionaria Lanzetta continua a impugnare leggi regionali dinanzi alla Corte costituzionale. In Parlamento mancano gli Emilio Lussu e cresce un neonazionalismo (antieuropeo) che si respira persino nella Lega nord.

La battaglia ipotizzata a Cogne faceva immaginare il superamento degli steccati recenti. Per dare gambe al nuovo disegno sono stati tracciati nuovi equilibri, e lo stesso presidente del Consiglio Valle ha annunciato le proprie dimissioni in questa prospettiva. Il percorso era corretto, a condizione di tener centrale il tema dell’autonomia, e secondarie le questioni di poltrona e le politiche di settore.

In questo senso è importante che il tavolo di Cogne prosegua. Se l’Union Valdôtaine organizza un evento a Pont-Saint-Martin, è bene che tutti siano presenti, anche l’UVP, e se la Regione stabilisce di ricorrere sulla legge di stabilità perché viola i principi statutari e pattizi, dopo opportuna verifica, si potrà sostenere l’iniziativa indipendentemente da maggioranze e minoranze.

Poi sulla scuola, su quell’opera pubblica, sulla gestione dei rifiuti, oppure sui treni si potrà mantenere la dialettica, anche aspra, e confermare i ruoli di maggioranza e opposizione. Al contrario, mescolare tutto, treni, poltrone e autonomia aiuta solo a rinfocolare ostilità personali e incomprensioni. E’ meglio fare un passo alla volta, secondo le indicazioni di Cogne.

Enrico Martial

giovedì 5 febbraio 2015

Un senato antiregionalista


(Gazzetta Matin, 2 febbraio 2015)
Dopo l’elezione del capo dello Stato si tornerà a parlare di riforme e del nuovo Senato. Dovremo forse preoccuparci.
Intendiamoci: la nascita di un Senato delle istituzioni territoriali è una gran conquista per il regionalismo in Italia. Se ne trova solida traccia nella proposta di legge costituzionale dei parlamentari valdostani del
lontano 1991, è stato uno degli obiettivi perseguiti e mancati della riforma del 2001. Nel 2015, malgrado lo slancio antiregionalista, si farà probabilmente un Senato delle istituzioni territoriali, completando ciò che non era riuscito per decenni.

Nel suo intervento a Cogne, alla prima riunione della Constituante, Cesare Dujany ci ha però messi in guardia. Il Senato non voterà la fiducia al Governo e non avrà capacità d’interlocuzione con il presidente del Consiglio. Con un ruolo leggero e incerto, sarà forse a metà strada tra il Comitato delle Regioni europeo (i non letti pareri finiscono nei cassetti) e alcune seconde camere territoriali europee, come quella spagnola, che i catalani infatti saltano a pié pari.

Al Senato territoriale arriveranno probabilmente solo i temi generali di dibattito. Le concrete politiche governative (anche legislative) continueranno a passare dalla cinghia di trasmissione della Conferenza Stato-Regioni, che conserverà il ruolo che ha avuto fino ad ora. La riforma costituzionale potrebbe quindi essere per innocua per la Valle d’Aosta. Un progresso di facciata, da Paese del Gattopardo, non un peggioramento.

Eppure un po’ di prudenza ci vuole. Nel nuovo Senato ci saranno gli eletti dai consigli regionali, ma i regionalisti saranno pochissimi, forse solo dalla Valle, da Bolzano e Trento, forse dal Friuli. Ci sarà del sindacalismo istituzionale, per chiedere più soldi e più potere (al sud, al nord, nella capitale, nelle zone urbane, nelle zone montane, nelle isole, negli aeroporti, nei porti), ma poco senso della responsabilità territoriale e della propria comunità. Più che da noi, che patiamo ma ben resistiamo a questa tendenza, il distacco tra la politica e la popolazione è massima in Italia, e i consiglieri regionali rispondono più a centri d’interessi che a partiti a loro volta poco rappresentativi.

Sarà un Senato indifferente o forse ostile al regionalismo. E da cui un senatore-presidente di Regione e della Conferenza delle Regioni potrebbe anche proporre la fusione delle Regioni e la scomparsa della Valle.

Enrico Martial

giovedì 29 gennaio 2015

Rischiamo di distrarci

(Gazzetta Matin, 26 gennaio 2015)
Rischiamo di distrarci e di prendere una sventola improvvisa. Malgrado i tempi di elezione del Presidente della Repubblica, le riforme vanno avanti: al Senato la legge elettorale, mentre alla Camera si vota sulla forma del Senato e sulle competenze regionali.

La situazione sembra rassicurante: Renzi ha detto che l’assetto regionale non è tra le priorità in discussione. In fin dei conti, il testo della riforma non pare introdurre cambiamenti così catastrofici: allo Stato andranno poteri che, malgrado la riforma del 2001, alle Regioni non sono praticamente arrivati. Gli Statuti speciali sembrano protetti dall’art.116, nasce persino il Senato auspicato e mai realizzato, forse debole, ma che si dice rappresentante delle istituzioni territoriali.

In Valle d’Aosta, il livello di allerta resta basso. A Cogne, alla Constituante valdôtaine promossa dall’UVP, è prevalso l’approccio convegnistico, con ospiti esterni e nessuna piattaforma. Ne è seguito un dibattito sugli assetti di maggioranza: riforme e Statuto speciale sono passati in secondo piano. La Constituante dovrebbe riemergere il 26 febbraio, ma occorre un tavolo aperto alle forze politiche e ai valdostani, mentre prevale il dibattito sui nomi, in Regione e ad Aosta.

Invece i segnali di pericolo ci sono, e forti. Proposte di fusione delle Regioni e contro le speciali arrivano da esponenti del PD, dal Presidente del Piemonte e da altri, come il socialista Di Lello. Gli emendamenti della Lega alla Camera propongono l’estensione della specialità a vari territori, svuotando il principio di sostanza politica. La ministra italiana per gli Affari regionali costituisce un comitato per studiare l’accorpamento tra Regioni. La Commissione della Camera per gli Affari regionali ipotizza l’eliminazione delle specialità, a favore di un edulcorato regionalismo differenziato. Sul Corriere, nel commentare il fine anno di Courmayeur, anche il critico televisivo Aldo Grasso implorava la fine delle autonomie speciali.

Sono segnali diffusi, ripetuti, persistenti, presenti nel corpaccione sociale e nella politica. Si potrà dire che Renzi terrà duro, che stiamo consolidando il rapporto con la maggioranza nazionale, che sono figure o partiti marginali. Sarebbe bene allora ricordare il clima d’insofferenza diffusa nei confronti delle specialità ai tempi di Vegezzi Ruscalla, che certo non era un esponente di primo piano del Regno d’Italia.


Enrico Martial

mercoledì 24 dicembre 2014

Revenir au Statut


Si l’on doit vraiment se remettre à réfléchir sur le passé et le futur de l’autonomie valdôtaine, force est de constater que la réforme constitutionnelle italienne de 2001, préparée par deux décennies de décentralisation, a échoué.

Visant une plus grande proximité au citoyen qui vote et qui contrôle, la réforme atterrissait dans un pays où les élites locales et régionales étaient déjà affaiblies par des décennies de mauvais gouvernement, où la cohésion sociale était effritée par un « familisme amoral » qui s’était emparé même des terres lombardes de Carlo Cattaneo. Si la décentralisation et le régionalisme à l’italienne faisaient état de l’incapacité du pouvoir central de gérer l’ensemble de l’action publique (dans une tendance d’ailleurs européenne et mondiale) le transfert des compétences est arrivé dans un environnement où tous les centres de pouvoir, élus et fonctionnaires, ne visaient qu’un renforcement de leurs structures, de leurs bureaux et de leurs moyens, avec une pression évidente sur les caisses publiques. Lors des réformes de décentralisation, les partis avaient déjà oublié à la fois les objectifs et le sens de leur mission. Leurs épaves ont vite disparu en laissant des organisations politiques personnalisées ou trop faibles, qui ne les ont pas remplacées, même pas à gauche, comme le témoigne bien la crise de la ville de Rome. Après « Mani Pulite », il n’a pas été possible de reconstruire durablement une passion civique et responsable.

La réaction d’une partie limitée de l’administration centrale, et parfois régionale ou locale, a assuré une navigation, bien que difficile et périlleuse, de l’Italie dans les grands défis de la mondialisation et de l’intégration européenne. La réforme constitutionnelle de 2001 était en effet très mal vue par l’administration centrale ...


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http://www.unionvaldotaine.org/nouvelles.asp?id=1399&cat=7&l=1&n=2196

sabato 22 novembre 2014

Il riflesso umbertino

(apparso sul sito di Alleanza liberaldemocratica per l'Italia il 20 novembre 2014)

Lasciamo perdere per un momento la sinistra e Renzi, guardiamo anche a destra, dove si ritrovano spesso posizioni anti-europee. Nel mondo "blu" si fatica spesso ad accettare che l’Italia sia collocata a occidente, in Europa e nel contesto atlantico. Da quelle parti, pur con molte differenze, vi sono tendenze dominanti che vanno nella stessa direzione: apertura dei mercati, integrazione monetaria, liberalizzazioni, rafforzamento dei diritti individuali, formazione collaborativa delle decisioni, tutela e promozione dell’ambiente come fattore patrimoniale, sussidiarietà, concorrenza territoriale, decentramento e responsabilità locale e regionale.

Finché la DC governava le pulsioni di destra, si manteneva anche una scuola europeista, più o meno modernizzatrice o di facciata. I partiti minori e laici affiancavano la costruzione delle politiche europee, e spesso aiutavano a tener dritta la barra del timone. Quando la DC è venuta meno, sotto la propaganda  liberale iniziale è riemersa la pulsione tradizionale dell’Italia preunitaria. Nella narrazione di centro-destra, l’apertura dei mercati ha largamente ceduto alla retorica della difesa dell’industria nazionale, le liberalizzazioni alle corporazioni dei mestieri e ai monopoli generali e territoriali, i diritti individuali ai valori assoluti, la governance alla preferenza per le decisioni verticali e prefettizie, l’ambiente ad uno sviluppo economico nello stile della prima rivoluzione industriale, la sussidiarietà e il decentramento al riaccentramento del "Torniamo allo Statuto". Pulsioni profonde neanche tanto nascoste da un velo di europeismo formale, da gesti falsamente ossequiosi a occidente.

E’ quanto l’Italia ha imparato negli anni dell’immediata costruzione dell’Unità, e che non ha più lasciato. Scandali e cricche che si ripetono, come ai tempi dello scandalo della Banca Romana oppure nell'autoritarismo sociale. Spinte alla modernizzazione pure ci sono state, anche a destra: tuttavia minoritarie, e qualche volta o spesso costrette obtorto collo a parlare a sinistra. Oggi, è un centro destra sconfitto che si presenta nei venti anni successivi alla DC, e sostanzialmente escluso dal circuito internazionale. Una parte s'è quindi rifugiata nel populismo, un'altra parte cerca nuove "Strade".

Nel vuoto di oggi, nelle macerie del centro destra, è facile osservare un gran fermento di iniziative. E’ un fatto positivo, dalla Leopolda blu a Italia Unica, alle associazioni che animano molte città. Eppure ancora riemerge il riflesso umbertino, di chiusura del mercato al contesto internazionale, di fastidio per la Francia, per la Germania, o per Albione, quindi per la costruzione e la collaborazione europea, per le direttive e orientamenti che pure votiamo. Fastidio verso le liberalizzazioni delle professioni – come è stato per l’associazione degli avvocati -  ostilità alle norme ambientali, disprezzo e sufficienza per le "mode" dell'innovazione e del digitale, e si ritrovano come nell'Ottocento gli innamoramenti per i  i più forti in geopolitica, ancor più se autoritari. Irresponsabile nella gestione della spesa pubblica, indifferente alla cattiva amministrazione locale e regionale, riemerge la banale e arcinota volontà di tornare al centralismo ministeriale, di far fuori le Regioni, di ostacolare la normativa comune europea. Una chiusura provinciale, che attraversa le persone e i movimenti nel centro-destra e che è prima di tutto culturale.

Questo riflesso umbertino non aiuta l’Italia, che già nell’Ottocento si lanciò in un grave immiserimento, e che oggi è del tutto fuori dal tempo. Talmente anacronistico che  non porterà l’Italia fuori dall’Europa e dal sistema atlantico, perché le forze in gioco – economiche, politiche, di contesto internazionale - ci vogliono dentro. 

Sceneggiate anti-atlantiche e anti-europee alla Salvini e della nuova destra, ma anche della narrazione moderata che si ritrova persino in alcuni di Scelta civica  sono destinate all’opposizione:  sono utili soltanto a tenere il centro destra lontano dal governo. E’ un riflesso umbertino che porta soltanto l’Italia indietro, che tiene lontani dallo sviluppo e dall’innovazione, dalla buona governance e dalla responsabilità del governo locale e regionale, dallo sviluppo e dai diritti. Un riflesso che delega a una sinistra alla fine vecchiotta, centralista e corporativa il governo locale, regione e centrale, e quindi la gestione del declino.

Eppure un’Italia civile si lamenta e s'indigna, si preoccupa dell’eduzione dei propri figli, ma anche esporta e inventa. Fermare il declino cercò di interpretare questa parte di Paese che ora è di nuovo priva di agganci e riferimenti, dopo la prima fiducia e poi le nuove delusioni dei mille giorni di Renzi, come fu per le speranze che Monti e in parte Letta inizialmente suscitarono. E sarà ancora isolata, se la destra guarderà allo Stato umbertino chiuso e trafficone, e la sinistra alle municipalizzate monopoliste e ai decadenti salotti bancari. 

Questa parte d'Italia dovrebbe farsi avanti, assumere direttamente responsabilità di indirizzo politico. D'altra parte in ogni sede di osservazione europea e occidentale s'ascolta solo un  auspicio: che l’Italia faccia un passo avanti, che una forza liberale si affermi e poi diventi dominante nel Paese.