blog di Enrico Martial dedicato alla Valle d'Aosta, al Piemonte e ad altre faccende
lunedì 9 settembre 2013
Fondersi o allearsi?
Il dibattito nella Direzione nazionale di FARE per fermare il declino
Il giorno 8 settembre, la Direzione nazionale di FARE ha approvato a maggioranza un documento promosso dal coordinatore, Michele Boldrin, che propone di fondere il movimento di FARE per fermare il declino con altre forze, in un congresso costituente che dovrà tenersi a novembre o ai primi di dicembre, indipendentemente dai cambiamenti che potranno intervenire nel quadro politico nazionale.
Tuttavia, già alla lettura delle prime versioni di questo documento, alcuni membri della Direzione hanno espresso le loro riserve su un percorso che sembrava difficile da intraprendere. Essi hanno rilevato che il nostro movimento è più fragile rispetto al congresso di maggio, e che da allora il quadro politico nazionale è mutato. Inoltre, i nostri interlocutori – singoli esponenti o movimenti, da Scelta civica ai Radicali – non sono disponibili a un percorso comune di fusione, oppure si sono fatti più prudenti. Ad oggi, un dialogo in vista di una fusione sembra aperto dal coordinatore nazionale solo con il movimento 33% dell’ex-UDC Baccini e con il PLI.
venerdì 1 febbraio 2013
La proposta di azzeramento dell’IRAP in Valle d’Aosta
FARE per Fermare il Declino
Valle d’Aosta
Cos’è l’IRAP
L'Imposta Regionale sulle Attività Produttive (IRAP) è nata
con il DL n.446/1997 con il ministro Visco e con la Finanziaria per il 1998.
L’intenzione (lodevole) era di riunire in una sola e quindi semplificare sette
tasse pagate dalle imprese e dai lavoratori autonomi (contributi sanitari,
tassa sulla salute, Ilor, Iciap, patrimoniale per le imprese, tassa annuale
sulla partita Iva, tasse di concessione comunale). In secondo luogo si tentava
di istituire un’imposta “regionale” che affidasse alle Regione un’autonomia
impositiva, con la possibilità di permetterne la manovrabilità delle aliquote.
In origine vi era anche il vincolo di destinazione – presto venuto meno - al
sostegno della spesa sanitaria delle Regioni.
Tutte le imprese, dalle grandi industrie ai commercianti e
artigiani pagano l’IRAP sul valore della produzione netta (il reddito prodotto
al lordo dei costi per il personale e di oneri e proventi di natura
finanziaria). È l’unica imposta sulle imprese proporzionale al fatturato e non
all’utile. Anche gli enti e le amministrazioni pubbliche pagano l’imposta, che
in questo caso viene calcolata sul costo del personale. Per le caratteristiche
dell’imposta e per la somiglianza con l’IVA, la Commissione europea avviò
contro l’Italia una procedura di infrazione, che rientrò (a fatica) nel 2006.
Le aliquote inizialmente fissate al 4,25 (e 8,50 per le
amministrazioni pubbliche) sono state progressivamente ridotte fino a circa il
3-4%, con la manovrabilità di un punto percentuale verso l’alto e verso il
basso, con aggravi e deduzioni in funzione del tipo di impresa.
In Valle d’Aosta l’aliquota nel 2012 era del 2,98% per il
principale gruppo di imprese, con variazioni in aumento e in diminuzione per
alcune tipologie di attività economiche (cfr. sito Regione VdA http://goo.gl/3ppHX). La Regione aveva stabilito
in linea generale di applicare la riduzione dello 0,98% prevista dalla l.r.
n.30/2011.
Vi è una tendenza generale alla progressiva riduzione e a
termine eliminazione dell’imposta. Lo Stato centrale non riesce a eliminarla perché
esita (cioè perché esitano le Regioni) nel tagliare in modo deciso le spese,
con il risultato di faticare a mantenere l’equilibrio di bilancio e a contenere
l’aumento del debito (in cui sono contabilizzati anche gli squilibri delle
Regioni). Per esempio, la Regione Piemonte combatte in questi mesi con uno
squilibrio di circa 800 milioni di euro (dovuti a problemi finanziari nella
gestione della sanità) e con circa 10 miliardi di debito. E non è l’unica
Regione in queste condizioni.
L’impatto dell’IRAP
sul bilancio regionale e sulle imprese
Semplificando, un’impresa valdostana con una produzione
netta di 100.000 euro, come un esercizio commerciale con pochi addetti, paga
circa 3.000 euro all’anno, che finiscono nelle casse della Regione Valle
d’Aosta.
Tenendo a riferimento il consuntivo 2009, il gettito è di
circa 85 milioni di euro, di cui una parte viene dagli enti e amministrazioni
pubbliche (aliquota 8,5%) e dai soggetti e imprese privati (aliquota in
generale 2,98%, ma agricoltura 0,9%).
Per la parte pubblica, si tratta in sostanza di una “partita
di giro”. Se prendiamo per esempio un ente pubblico regionale, questo riceve da
un lato le risorse finanziarie per il suo funzionamento dalla Regione, a cui
poi paga l’IRAP per l’esercizio in corso. Degli 85 milioni di gettito i soldi
che escono dalla Regione per andare ai soggetti pubblici e poi rientrare in
Regione come IRAP sono da noi stimati in circa 40 milioni (ci riferiamo a dati
2008[1]).
Le imprese private contribuiscono al gettito IRAP che va alla Regione per circa
45 milioni di euro.
Si tratta di un importo prudenziale, perché si fonda su dati
di consuntivo (e quindi accertati) relativi al 2009. Se volessimo fare una
stima per gli anni più recenti, cioè per esempio una previsione per il 2011 e
il 2012, possiamo indicare cifre più contenute, e cioè un gettito di 70-72
milioni di euro, di cui 40-42 milioni di euro di “partita di giro” di IRAP relativa
alla pubblica amministrazione e circa 30 milioni di euro di IRAP dei soggetti
economici propriamente detti, cioè delle imprese.
oggetto
|
Consuntivo
2009
|
Stima 2011
|
IRAP totale
|
85 mln
|
70-72 mln
|
IRAP amministraz. pubblica
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40 mln
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40-42 mln
|
IRAP imprese e privati
|
45 mln
|
30 mln
|
elaborazione
su Bilanci Regione Valle d’Aosta e su dati ISTAT /valori in EUR
Parte privata. Sul negoziante di via Conte Crotti ad
Aosta o di Saint-Vincent, sull’artigiano di Valpelline, di un bar di la Salle,
l’IRAP ha un peso molto rilevante, in particolare sulla sensazione di subire
un’imposizione fiscale eccessiva, tale da provocare un sentimento di rinuncia,
oppure di resistenza-rassegnazione. Ha una incidenza chiara ed evidente, quando
il commercialista annuncia l’importo al “soggetto
di imposta”, che in linguaggio comune si chiama “imprenditore”. Ha un
effetto quindi sul “sentiment”, oltre
che sulle tasche dell’imprenditore, con il risultato di soffocare e limitare
l’attività di impresa, gli investimenti e le nuove iniziative, e l’occupazione.
Invece, nel bilancio della Regione, anche nell’ipotesi meno
favorevole, l’imposta pesa molto poco, è
quasi irrilevante: riguarda il 2,9% delle entrate (45 milioni su un bilancio di
circa 1550 milioni del 2009) e meno del 2% con riferimento alle nostre stime
per il 2011 (30 milioni pesano per 1,94%).
La revisione della spesa che ha iniziato la Giunta Rollandin
(senza dichiararla a programma come spending
review) può recuperare la somma con relativa facilità (si pensi ai costi di
funzionamento del Consiglio regionale, che possono passare rapidamente da 15
milioni di euro a 10 milioni di euro all’anno, o all’accorpamento e
semplificazione delle partecipate e controllate, come la società Autoporto).
L’azzeramento dell’IRAP ha quindi un impatto che è modesto
sul bilancio regionale ma è assai significativo per le imprese. Il risparmio di
spesa del 2% sul bilancio regionale può avere un effetto positivo sul sistema
economico valdostano e in tre ambiti:
- sul “sentiment”, sulla fiducia delle imprese, come impulso all’intraprendenza economica, cioè alla possibilità di sviluppare ma anche creare impresa (e quindi posti di lavoro) nelle attività esistenti e in quelle nuove;
- sull’attrattività territoriale, per ridurre la “sotto-attrattività valdostana” rispetto ad altri territori italiani ed europei, penalizzata dall’isolamento naturale, dai costi di trasporto (elevate tariffe autostradali e per i trafori), dalla debolezza dell’infrastruttura delle comunicazioni (ferrovia desueta e in regime monopolistico), assenza reale di offerta di rete a fibra ottica, digital gap (banda assente oppure a 640kb/sec) nelle valli laterali e in media montagna. Si tratterebbe di un miglioramento, ma certo non tale da rimettere in condizioni di parità la Valle d’Aosta con aree territoriali più favorevoli del Piemonte o della Lombardia (per non parlare dello scarto di condizioni con la Francia vicina o con la Svizzera, dove l’IVA è all’8% e l’imposta sulle persone fisiche varia tra il 2,5% e il 30%);
- sul miglioramento reale delle condizioni economiche delle imprese. Infatti, pur gravando il contributo per circa il 3% della base imponibile, anche supponendo con prudenza una pressione fiscale complessiva di circa il 50%, si produrrebbe un aumento del risultato netto dopo le imposte di almeno il 6%.
L’azzeramento dell’IRAP avrebbe quindi un’incidenza
favorevole sul PIL regionale (o almeno un contrasto alla
sua riduzione). Rileviamo che se aumenta il PIL aumenta anche il gettito per
la Regione, con un effetto di compensazione rispetto al minor gettito
stimato. La stessa amministrazione regionale, anche pensando solo al proprio
bilancio ha un interesse materiale all’aumento del PIL, e dovrebbe essere
direttamente motivata a questa operazione.
L’impatto sarebbe presumibilmente più favorevole per le
aziende che presentano un maggiore peso del costo del lavoro sul valore
aggiunto e per le imprese non di capitale. Per quanto riguarda i settori
abbiamo svolto una stima della base imponibile e imposta netta per settore che
indica per esempio un effetto positivo sul sistema del turismo e dei servizi come il commercio, l’alloggio e la
ristorazione (15,7% pari a circa 6,8 mln di imposta), le costruzioni e i lavori di
costruzione specializzati (12,2% pari a circa 5,3 mln di euro di imposta
nel 2008).
Base giuridica
Il D.Lgs 6 maggio 2011, n. 68, “Disposizioni in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto
ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni
standard nel settore sanitario” all’art. 5 dispone che “A decorrere dall'anno 2013 ciascuna
regione a statuto ordinario, con propria legge, puo' ridurre le aliquote
dell'imposta regionale sulle
attivita' produttive (IRAP)
fino ad azzerarle
e disporre deduzioni dalla base
imponibile.”
Per la norma prevista per le Regioni a statuto ordinario si
prevede l’applicazione anche alle Regioni a statuto speciale e alle Province
autonome, richiamando la clausola di maggior favore di cui all’art. 10 della
l.cost. n.3/2001, che adegua la normativa alle speciali per le parti in cui si
prevedono forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già loro attribuite.
L’inquadramento della
proposta di azzeramento dell’IRAP
in FARE per Fermare
il Declino
Il punto 3 del programma di FARE per Fermare il Declino
prevede la riduzione “della pressione
fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla
riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d'impresa”. In particolare
“Per quanto riguarda l’Irap, l’obiettivo
nell’arco della legislatura è quello di eliminare completamente questa tassa.
L’eliminazione deve procedere di pari passo alla riduzione della spesa.”
Per la Valle d’Aosta tale azione può essere realizzata a
partire dal 2014 riducendo in modo corrispondente la spesa per lo stesso
importo, secondo l’azione di spending
review avviata dalla giunta Rollandin, da perfezionare su alcuni ambiti
(per esempio 5 mln di minore spesa di funzionamento del Consiglio regionale,
risparmi da accorpamenti e riduzioni di partecipate regionali, riduzione delle
spese di funzionamento con l’occupazione di nuovi uffici e locazioni, ecc.). Si
noti anche che la Provincia di Bolzano ha azzerato l’IRAP per le nuove imprese già
dal 2013, mentre in Valle d’Aosta il tema non è neppure emerso, né dalla parte del
governo regionale, né dalla maggioranza né dall’opposizione e neppure dall’amministrazione
regionale.
L’effetto sulla
concorrenza territoriale
L’azzeramento dell’IRAP per singoli territori regionali – e
non in modo omogeneo per tutto il territorio nazionale - costituisce uno
stimolo alla complessiva riduzione della spesa pubblica e alla maggiore responsabilità
delle Regioni e delle Province autonome. Il processo di azzeramento dell’IRAP “Regione
per Regione” stimola una concorrenza territoriale – un sorta di “federalismo
competitivo”, come in Svizzera, in Germania o negli Statti Uniti - benefica per lo sviluppo della responsabilità
pubblica nella gestione della spesa e del rapporto tra sviluppo economico e
entrate degli enti regionali.
Il principio di attrattività territoriale sospinge ogni Regione
– per non veder migrare le proprie imprese verso la Regione vicina - a
migliorare la propria spesa per adeguare il proprio grado di competitività, con
una tendenza al miglioramento della qualità della spesa, al suo contenimento e
anche alla sua contrazione (come nel caso della concorrenza territoriale tra
Veneto, Provincia di Trento e Provincia di Bolzano).
Nel caso della Valle d’Aosta l’azzeramento dell’IRAP produrrebbe
tuttavia soltanto un riavvicinamento livello di competitività di Piemonte e
Lombardia, che presentano una migliore offerta nei servizi, in quantità,
diversificazione e tipologia (es. banda larga, servizi finanziari, competenze e
risorse umane), nella posizione di rete e nell’accessibilità, rispetto alla
situazione di nuovo isolamento della Valle d’Aosta per scarsità di
infrastrutture ferroviarie sottoposte a regime di monopolio nell’esercizio,
rigidità nelle concessioni stradali,
nonché elevate tariffe d’uso.
25 gennaio 2013
[1] Lo scopo dei numeri forniti è offrire degli ordini di
grandezza; i dati sono stati ottenuti dalle informazioni disponibili sul sito della
Regione Valle d’Aosta www.regione.vda.it
e da dati ISTAT sulle attività economiche. L’amministrazione regionale tratta
ovviamente dati più aggiornati che saranno disponibili in seguito, o su diretta
sollecitazione, per gli anni più recenti. Su tali nuovi dati potranno essere
svolti ulteriori approfondimenti e analisi.
domenica 13 gennaio 2013
Per una riscossa sabauda
Il Piemonte esprime molte figure di rilievo della classe dirigente nazionale. Idee, indirizzi politici ed economici, tendenze sociali e culturali continuano a nascere a Torino e in Piemonte. Molte aziende e molti prodotti vedono la luce in Piemonte. Sebbene la Lombardia sia meglio integrata al sistema globale, sia più veloce, meglio dotata di strumenti finanziari, il Piemonte non ha perso la funzione di guida e di creazione di novità.
Litizzetto e Fazio, Mario Calabresi, Crosetto, Oscar Giannino, Arenaways e Italotreno, slow food e Eataly, la nutella e i ferrero rocher, le ricette della Parodi, la gazzosa di Lurisia e Napapijri sono Piemontesi, o al massimo appartengono al vecchio Regno di Sardegna, se si ingloba un pezzo di Liguria (da cui vengono Fazio ma anche Grillo) e la Valle d'Aosta (per Napapijri). A Torino si tiene la biennale della democrazia, si trova una formidabile concentrazione di librerie e di lettori, di libri, e di scrittori, che poi si ritrovano nei giornali, nella Corte costituzionale, nelle case editrici e nelle televisioni. Vi sono fabbriche di cui pochi hanno notizia e che producono macchine ai più sconosciute. Poi ci sono filatelici, rigattieri filosofi, cuochi che leggono e scrivono poesie, fotografi di qualità, grafici di livello internazionale, economisti e finanzieri, manager di impresa.
Litizzetto e Fazio, Mario Calabresi, Crosetto, Oscar Giannino, Arenaways e Italotreno, slow food e Eataly, la nutella e i ferrero rocher, le ricette della Parodi, la gazzosa di Lurisia e Napapijri sono Piemontesi, o al massimo appartengono al vecchio Regno di Sardegna, se si ingloba un pezzo di Liguria (da cui vengono Fazio ma anche Grillo) e la Valle d'Aosta (per Napapijri). A Torino si tiene la biennale della democrazia, si trova una formidabile concentrazione di librerie e di lettori, di libri, e di scrittori, che poi si ritrovano nei giornali, nella Corte costituzionale, nelle case editrici e nelle televisioni. Vi sono fabbriche di cui pochi hanno notizia e che producono macchine ai più sconosciute. Poi ci sono filatelici, rigattieri filosofi, cuochi che leggono e scrivono poesie, fotografi di qualità, grafici di livello internazionale, economisti e finanzieri, manager di impresa.
giovedì 27 dicembre 2012
Valle d'Aosta: un vuoto politico da riempire
Il clima pesante che abbiamo respirato in Valle d'Aosta da qualche anno presenta segnali di rottura. Il Presidente della Regione è stato più volte sconfitto su partite e battaglie piuttosto importanti. Alle elezioni a Courmayeur ha prevalso una lista civica rispetto a quella a lui riferita. Al referendum sul pirogassificatore ha dovuto assistere ad una vittoria contro un suo progetto edilizio e industriale che deve essere ascritta alla società civile prima ancora che ai partiti e movimenti rappresentati in Consiglio Valle. L'Assessore all'educazione e cultura si è dimesso dall'incarico senza che egli sia riuscito a trattenerlo dalla decisione.
Le tre recenti sconfitte del Presidente della Regione si sono svolte in un clima generale difficile, segnato dalla crisi economica, dalle riduzioni imposte al bilancio regionale e dalla conseguente contrazione della spesa pubblica in diversi settori :sui forestali, sugli appalti, nell'acquisizione di beni e servizi. E non è finita: ancora si rincorrono le voci su problemi di cassa, con possibili impatti sul pagamento degli stipendi.
Il quadro è in movimento. I giornali (e i giornalisti) parlano con maggiore libertà, i commenti si moltiplicano, sollecitati dall'approssimarsi delle elezioni politiche e di quelle regionali.
I segnali di rottura e di movimento generano tuttavia speranze assai fragili. Il quadro resta in realtà drammaticamente immobile: i pezzi si muovono sulla stessa scacchiera, proprio mentre questa rischia di essere spazzata via.
Il cambiamento necessario di passo e di obiettivi del governo regionale diventa oggi quasi impossibile senza un ricambio della dirigenza politica: è per loro più facile e naturale l'arroccamento, la difesa a oltranza delle posizioni anche se queste condurranno alla più generale sconfitta.
1. L'ennesima diaspora unionista
Sta giungendo a compimento il procedimento con cui Laurent Viérin, Luciano Caveri, Andrea Rosset, Elso Gérandin e Luigi Bertschy stanno uscendo dall'Union Valdôtaine, un partito che perde pezzi e contenuti ormai da anni. La prima grande e grave perdita risale ancora agli anni Novanta, durante le due giunte Rollandin, quando un gruppo di unionisti solidamente ideologizzati furono prima emarginati e poi sostanzialmente allontanati dal movimento: e tra questi va ricordato Leonardo Tamone (mi perdoneranno gli altri del gruppo). Una seconda frattura è avvenuta - in modo assai traumatico - con l'uscita dall'Union del gruppo che faceva capo a Robert Louvin e la nascita prima di Aosta viva e poi di Vallée d'Aoste Vive. Una terza frattura ha avuto luogo con l'uscita di un gruppo guidato da Carlo Perrin e con la nascita nel 2006 di Renouveau valdôtain.
Si tratta dunque di una quarta frattura. Non è dunque significativa come fu la nascita dei democratici Popolari e la frattura della DC valdostana negli anni Settanta. E' semplicemente un ulteriore segno di una crisi profonda del partito, e anche un'operazione di sostegno a sinistra.
2. Una diaspora organica e bersaniana ...
La quarta diaspora unionista non presenta caratteri di novità, e lo dico con rammarico. Il nuovo gruppo è naturalmente collocato sulla linea nazionale della sinistra di Bersani. Sono unionisti organici, e la loro storia lo conferma: Caveri fu sottosegretario del Governo d'Alema, e fu eletto al Parlamento europeo in apparentamento con le liste di sinistra. Laurent Viérin è figlio del Dino che governò in legame organico con i partiti eredi del PCI, sia a livello locale che nazionale, con riflessi diretti sulle scelte amministrative e tecniche (INVA, per dirne una), oltre che politiche.
Vi sono naturalmente anche buone ragioni a favore: si può per esempio dire che la sinistra è l'unica parte politica nazionale che ha storicamente difeso le autonomie regionali e in particolare l'autonomia valdostana. Ed è opinione condivisa anche a Bolzano dal presidente Durnwalder. Alla fine della fiera, però, lo scopo sarà semplicemente quello di aggiungere un senatore valdostano che possa (quasi sempre) essere fedele a Bersani. Il Senato è il punto debole di una maggioranza di sinistra: e si lavora a rinforzarla, con l'aiuto di Donzel, di Caveri e con ogni probabilità di Carlo Perrin di Alpe.
3. ... senza segnali di cambiamento
Non è una novità dunque se l'attuale minoranza di sinistra dell'Union torna a esplicitare il suo sostegno alla sinistra nazionale e nella fattispecie al progetto di Bersani. Lo fa nel segno della difesa delle posizioni (finanziarie) acquisite sul piano regionale, come è sempre avvenuto, e senza un "nuovo" programma per la Valle d'Aosta. Questo è il punto: "senza un nuovo programma".
Dall'altra parte - cioè nella maggioranza dell'Union - neppure si leggono segnali di cambiamento. La base politica del Pdl è gravemente scossa sul piano nazionale e questo inquieta un po' tutti. Nell'UV non si trova una prospettiva politica, un orizzonte, un percorso. Le reti interpersonali dei partiti regionalisti più piccoli si sfilacciano con la riduzione della capacità di spesa regionale (che è un nostro modo elegante per non parlare di clientele).
Eppure le scelte di governo e di amministrazione continuano sulla linea classica e durissima. Ancora di recente in commissione rifiuti si è cercato lo scontro con Valle virtuosa (e con i cittadini che hanno votato al referendum), come se non bastasse l'inceneritore politico che hanno costruito all'interno dell'UV. Il Comune di Aosta (con il suo Sindaco in testa) farà fronte alla riduzione delle entrate con qualche taglietto di spesa ma soprattutto aumentando l'IMU per tutti gli immobili diversi dalla prima casa, e quindi anche l'IMU per le imprese, alla faccia dello sviluppo. La RAI regionale, presidiata dalle due frange unioniste, dice che i trasporti vanno benissimo, e che i nuovi orari dei bus per Ivrea saranno una grande innovazione. Come se niente fosse, la maggioranza prosegue con la musica di sempre.
A sinistra si ripropone il modello del decennio scorso, una combinazione di concessioni finanziarie e politiche fondate sull'alleanza con il principale partito della sinistra nazionale. A destra si va avanti con le grandi opere ancora in cantiere senza averne i soldi e senza uno scenario politico per il futuro distinto dalle grandi opere stesse. Ed è tutto: non ci sono altre proposte.
4. Cosa manca in Valle d'Aosta: una proposta politica per uscire dalla crisi
A destra e a sinistra la politica regionale è immaginata come la gestione di un grosso welfare, di un meccanismo di spesa pubblica che sostiene le aziende e le famiglie valdostane. Non importa nulla dell'iniziativa imprenditoriale, se non nella sceneggiata (di nuovo) degli aiuti e dei programmi regionali ed europei. Anzi, le imprese sono viste come soggetti esterni, se possibile sottomessi, oppure almeno amici, a volte persino concorrenti. In generale, si pensa che delle imprese bisogna sempre diffidare.
A destra e a sinistra, l'offerta politica regionale pensa soltanto alla spesa, e non allo sviluppo. Forse una volta (più di venti-trent'anni fa) se ne parlava, ma ora non più. Quello che conta dell'Università è l'immobile da costruire e non il suo contenuto. Dei rifiuti non importa l'impatto ambientale e finanziario ma l'edificio da realizzare e i servizi pubblici da attribuire. Dei trasporti non importa l'effetto sulla rottura dell'isolamento, sullo sviluppo delle imprese e sui cittadini, ma il business delle infrastrutture e dei servizi. Vi sono sfumature ovviamente, ma il quadro è questo. Il pirogassificatore è infatti stato votato in Consiglio regionale senza grandi traumi, e con l'appoggio del PD. Sui costi autostradali si assiste a sceneggiate tutte orientate alla riduzione dei costi per i cittadini e non per le imprese. Di accessibilità non si parla, né a destra né a sinistra.
E' il punto di vista delle forze politiche, non dei cittadini che aspettano il treno a Ivrea o a Chivasso, che si chiedono se non costi troppo quella o quell'altra grande opera, che si chiedono come mai non si raccoglie l'umido. La domanda, i cittadini, ce l'hanno e ben chiara. Manca invece l'offerta, la proposta politica.
Per costruirla è sufficiente guardare la questione dall'altra parte, dalla parte opposta da cui la guardano UV e sinistre. Bisogna spostare l'attenzione su chi produce ricchezza e non solo su chi la distribuisce. Bisogna ridurre lo spazio e il perimetro dell'amministrazione pubblica (tutta: statale, regionale comunale, delle agenzie e delle partecipate) e lasciare più spazio ai valdostani, a coloro che producono, a quelli che vorrebbero produrre. Manca una proposta politica che non sia fondata sulla spesa ma che sia fondata sulle prospettive di sviluppo.
Non è retorica. E' possibile sin da ora azzerare l'IRAP in Valle d'Aosta. Bisogna portare a zero i margini di manovra di tutte le tasse manovrabili dalla Regione e dai Comuni. Bisogna ridurre al minimo le imposte per imprese. Bisogna eliminare l'indecente tassa sulle presenze turistiche. Bisogna ottenere una competenza in materia di manovrabilità fiscale. Bisogna creare condizioni favorevoli al mercato del lavoro affinché le imprese (private) tornino ad assumere e a produrre ricchezza.
Voi dite che si ridurranno le entrate della Regione? Allora benissimo. Allora sarà possibile far dimagrire la macchina pubblica, regionale e comunale. Forse non tutti si sono resi conto che si è perso il senno nel corso degli ultimi 20 anni. Ridurre l'amministrazione ai livelli degli anni Ottanta è possibile e fattibile. La Valle d'Aosta ha la stessa pressione fiscale del resto d'Italia e probabilmente un numero di ladri pubblici numericamente inferiore. I nove e dieci decimi di imposte che gravano su imprese e famiglie valdostane entrano in Regione e hanno ingigantito il sistema pubblico. Alla fine hanno anche indebolito l'economia regionale. Le tasse che produce il sistema pubblico in stipendi e appalti tornano alla Regione, e non sono ricchezza reale, sono soltanto una partita di giro. Le entrate della Regione vengono solo da 5-6 grandi imprese, dall'agroalimentare e dal turismo. Occorre preservare la fragile economia reale che abbiamo e ridarle ossigeno, permettere di rafforzarsi, di ricreare ricchezza e lavoro.
Nel nostro caso la Regione non è la soluzione, la Regione è il problema, e mi si permetterà la citazione d'epoca.
5. però manca anche il soggetto politico ...
Se tutte le forze politiche sono schierate sulla spesa e non sullo sviluppo, non si sa chi potrebbe far propria questa proposta politica.
Il livello di sopportazione massima è già stato raggiunto. La domanda di cambiamento emerge a tratti da diversi ambienti, anche politici. Alcuni esponenti di Alpe accennano ad un riconoscimento maggiore del ruolo della società civile e anche delle imprese, anche se il movimento nel suo complesso è piuttosto orientato alla sinistra (bersaniana o vendoliana). I renziani pesano in percentuale più in in Valle d'Aosta che a livello nazionale, altro segno di domanda di cambiamento. Alcune aree e almeno un esponente del Pdl sembrano non aver completamente smarrito il breve sogno liberale del 1993-94, quando predicavano meno Regione e più impresa. E' una domanda profonda però molto più evidente nella società civile. Fermare il Declino di Oscar Giannino ha raccolto un primo gruppo di sostenitori, tra cui chi vi scrive, proponendo una scaletta di interventi per la Valle d'Aosta. Ma ancora non basta.
A questa domanda politica di robusto rinnovamento occorre rispondere con maggior forza e capacità. E' una domanda che ripone poche speranze nelle forze esterne alla Valle e nel rinnovamento italiano. Si chiede di far da soli, di migliorare la politica valdostana partendo dalle nostre energie. E' una domanda che chiede alla politica valdostana di riprendersi, di uscire dalle secche in cui è andata ad incastrarsi nel corso degli ultimi anni.
Serve un cambiamento - di cultura, di stile, di metodo, di contenuti - per sottrarci alla crisi di sviluppo all'orizzonte dei prossimi decenni, e per salvarci dalla tempesta che si annuncia sulle competenze regionali e sulla stessa autonomia della Valle d'Aosta. .
Le tre recenti sconfitte del Presidente della Regione si sono svolte in un clima generale difficile, segnato dalla crisi economica, dalle riduzioni imposte al bilancio regionale e dalla conseguente contrazione della spesa pubblica in diversi settori :sui forestali, sugli appalti, nell'acquisizione di beni e servizi. E non è finita: ancora si rincorrono le voci su problemi di cassa, con possibili impatti sul pagamento degli stipendi.
Il quadro è in movimento. I giornali (e i giornalisti) parlano con maggiore libertà, i commenti si moltiplicano, sollecitati dall'approssimarsi delle elezioni politiche e di quelle regionali.
I segnali di rottura e di movimento generano tuttavia speranze assai fragili. Il quadro resta in realtà drammaticamente immobile: i pezzi si muovono sulla stessa scacchiera, proprio mentre questa rischia di essere spazzata via.
Il cambiamento necessario di passo e di obiettivi del governo regionale diventa oggi quasi impossibile senza un ricambio della dirigenza politica: è per loro più facile e naturale l'arroccamento, la difesa a oltranza delle posizioni anche se queste condurranno alla più generale sconfitta.
1. L'ennesima diaspora unionista
Sta giungendo a compimento il procedimento con cui Laurent Viérin, Luciano Caveri, Andrea Rosset, Elso Gérandin e Luigi Bertschy stanno uscendo dall'Union Valdôtaine, un partito che perde pezzi e contenuti ormai da anni. La prima grande e grave perdita risale ancora agli anni Novanta, durante le due giunte Rollandin, quando un gruppo di unionisti solidamente ideologizzati furono prima emarginati e poi sostanzialmente allontanati dal movimento: e tra questi va ricordato Leonardo Tamone (mi perdoneranno gli altri del gruppo). Una seconda frattura è avvenuta - in modo assai traumatico - con l'uscita dall'Union del gruppo che faceva capo a Robert Louvin e la nascita prima di Aosta viva e poi di Vallée d'Aoste Vive. Una terza frattura ha avuto luogo con l'uscita di un gruppo guidato da Carlo Perrin e con la nascita nel 2006 di Renouveau valdôtain.
Si tratta dunque di una quarta frattura. Non è dunque significativa come fu la nascita dei democratici Popolari e la frattura della DC valdostana negli anni Settanta. E' semplicemente un ulteriore segno di una crisi profonda del partito, e anche un'operazione di sostegno a sinistra.
2. Una diaspora organica e bersaniana ...
La quarta diaspora unionista non presenta caratteri di novità, e lo dico con rammarico. Il nuovo gruppo è naturalmente collocato sulla linea nazionale della sinistra di Bersani. Sono unionisti organici, e la loro storia lo conferma: Caveri fu sottosegretario del Governo d'Alema, e fu eletto al Parlamento europeo in apparentamento con le liste di sinistra. Laurent Viérin è figlio del Dino che governò in legame organico con i partiti eredi del PCI, sia a livello locale che nazionale, con riflessi diretti sulle scelte amministrative e tecniche (INVA, per dirne una), oltre che politiche.
Vi sono naturalmente anche buone ragioni a favore: si può per esempio dire che la sinistra è l'unica parte politica nazionale che ha storicamente difeso le autonomie regionali e in particolare l'autonomia valdostana. Ed è opinione condivisa anche a Bolzano dal presidente Durnwalder. Alla fine della fiera, però, lo scopo sarà semplicemente quello di aggiungere un senatore valdostano che possa (quasi sempre) essere fedele a Bersani. Il Senato è il punto debole di una maggioranza di sinistra: e si lavora a rinforzarla, con l'aiuto di Donzel, di Caveri e con ogni probabilità di Carlo Perrin di Alpe.
3. ... senza segnali di cambiamento
Non è una novità dunque se l'attuale minoranza di sinistra dell'Union torna a esplicitare il suo sostegno alla sinistra nazionale e nella fattispecie al progetto di Bersani. Lo fa nel segno della difesa delle posizioni (finanziarie) acquisite sul piano regionale, come è sempre avvenuto, e senza un "nuovo" programma per la Valle d'Aosta. Questo è il punto: "senza un nuovo programma".
Dall'altra parte - cioè nella maggioranza dell'Union - neppure si leggono segnali di cambiamento. La base politica del Pdl è gravemente scossa sul piano nazionale e questo inquieta un po' tutti. Nell'UV non si trova una prospettiva politica, un orizzonte, un percorso. Le reti interpersonali dei partiti regionalisti più piccoli si sfilacciano con la riduzione della capacità di spesa regionale (che è un nostro modo elegante per non parlare di clientele).
Eppure le scelte di governo e di amministrazione continuano sulla linea classica e durissima. Ancora di recente in commissione rifiuti si è cercato lo scontro con Valle virtuosa (e con i cittadini che hanno votato al referendum), come se non bastasse l'inceneritore politico che hanno costruito all'interno dell'UV. Il Comune di Aosta (con il suo Sindaco in testa) farà fronte alla riduzione delle entrate con qualche taglietto di spesa ma soprattutto aumentando l'IMU per tutti gli immobili diversi dalla prima casa, e quindi anche l'IMU per le imprese, alla faccia dello sviluppo. La RAI regionale, presidiata dalle due frange unioniste, dice che i trasporti vanno benissimo, e che i nuovi orari dei bus per Ivrea saranno una grande innovazione. Come se niente fosse, la maggioranza prosegue con la musica di sempre.
A sinistra si ripropone il modello del decennio scorso, una combinazione di concessioni finanziarie e politiche fondate sull'alleanza con il principale partito della sinistra nazionale. A destra si va avanti con le grandi opere ancora in cantiere senza averne i soldi e senza uno scenario politico per il futuro distinto dalle grandi opere stesse. Ed è tutto: non ci sono altre proposte.
4. Cosa manca in Valle d'Aosta: una proposta politica per uscire dalla crisi
A destra e a sinistra la politica regionale è immaginata come la gestione di un grosso welfare, di un meccanismo di spesa pubblica che sostiene le aziende e le famiglie valdostane. Non importa nulla dell'iniziativa imprenditoriale, se non nella sceneggiata (di nuovo) degli aiuti e dei programmi regionali ed europei. Anzi, le imprese sono viste come soggetti esterni, se possibile sottomessi, oppure almeno amici, a volte persino concorrenti. In generale, si pensa che delle imprese bisogna sempre diffidare.
A destra e a sinistra, l'offerta politica regionale pensa soltanto alla spesa, e non allo sviluppo. Forse una volta (più di venti-trent'anni fa) se ne parlava, ma ora non più. Quello che conta dell'Università è l'immobile da costruire e non il suo contenuto. Dei rifiuti non importa l'impatto ambientale e finanziario ma l'edificio da realizzare e i servizi pubblici da attribuire. Dei trasporti non importa l'effetto sulla rottura dell'isolamento, sullo sviluppo delle imprese e sui cittadini, ma il business delle infrastrutture e dei servizi. Vi sono sfumature ovviamente, ma il quadro è questo. Il pirogassificatore è infatti stato votato in Consiglio regionale senza grandi traumi, e con l'appoggio del PD. Sui costi autostradali si assiste a sceneggiate tutte orientate alla riduzione dei costi per i cittadini e non per le imprese. Di accessibilità non si parla, né a destra né a sinistra.
E' il punto di vista delle forze politiche, non dei cittadini che aspettano il treno a Ivrea o a Chivasso, che si chiedono se non costi troppo quella o quell'altra grande opera, che si chiedono come mai non si raccoglie l'umido. La domanda, i cittadini, ce l'hanno e ben chiara. Manca invece l'offerta, la proposta politica.
Per costruirla è sufficiente guardare la questione dall'altra parte, dalla parte opposta da cui la guardano UV e sinistre. Bisogna spostare l'attenzione su chi produce ricchezza e non solo su chi la distribuisce. Bisogna ridurre lo spazio e il perimetro dell'amministrazione pubblica (tutta: statale, regionale comunale, delle agenzie e delle partecipate) e lasciare più spazio ai valdostani, a coloro che producono, a quelli che vorrebbero produrre. Manca una proposta politica che non sia fondata sulla spesa ma che sia fondata sulle prospettive di sviluppo.
Non è retorica. E' possibile sin da ora azzerare l'IRAP in Valle d'Aosta. Bisogna portare a zero i margini di manovra di tutte le tasse manovrabili dalla Regione e dai Comuni. Bisogna ridurre al minimo le imposte per imprese. Bisogna eliminare l'indecente tassa sulle presenze turistiche. Bisogna ottenere una competenza in materia di manovrabilità fiscale. Bisogna creare condizioni favorevoli al mercato del lavoro affinché le imprese (private) tornino ad assumere e a produrre ricchezza.
Voi dite che si ridurranno le entrate della Regione? Allora benissimo. Allora sarà possibile far dimagrire la macchina pubblica, regionale e comunale. Forse non tutti si sono resi conto che si è perso il senno nel corso degli ultimi 20 anni. Ridurre l'amministrazione ai livelli degli anni Ottanta è possibile e fattibile. La Valle d'Aosta ha la stessa pressione fiscale del resto d'Italia e probabilmente un numero di ladri pubblici numericamente inferiore. I nove e dieci decimi di imposte che gravano su imprese e famiglie valdostane entrano in Regione e hanno ingigantito il sistema pubblico. Alla fine hanno anche indebolito l'economia regionale. Le tasse che produce il sistema pubblico in stipendi e appalti tornano alla Regione, e non sono ricchezza reale, sono soltanto una partita di giro. Le entrate della Regione vengono solo da 5-6 grandi imprese, dall'agroalimentare e dal turismo. Occorre preservare la fragile economia reale che abbiamo e ridarle ossigeno, permettere di rafforzarsi, di ricreare ricchezza e lavoro.
Nel nostro caso la Regione non è la soluzione, la Regione è il problema, e mi si permetterà la citazione d'epoca.
5. però manca anche il soggetto politico ...
Se tutte le forze politiche sono schierate sulla spesa e non sullo sviluppo, non si sa chi potrebbe far propria questa proposta politica.
Il livello di sopportazione massima è già stato raggiunto. La domanda di cambiamento emerge a tratti da diversi ambienti, anche politici. Alcuni esponenti di Alpe accennano ad un riconoscimento maggiore del ruolo della società civile e anche delle imprese, anche se il movimento nel suo complesso è piuttosto orientato alla sinistra (bersaniana o vendoliana). I renziani pesano in percentuale più in in Valle d'Aosta che a livello nazionale, altro segno di domanda di cambiamento. Alcune aree e almeno un esponente del Pdl sembrano non aver completamente smarrito il breve sogno liberale del 1993-94, quando predicavano meno Regione e più impresa. E' una domanda profonda però molto più evidente nella società civile. Fermare il Declino di Oscar Giannino ha raccolto un primo gruppo di sostenitori, tra cui chi vi scrive, proponendo una scaletta di interventi per la Valle d'Aosta. Ma ancora non basta.
A questa domanda politica di robusto rinnovamento occorre rispondere con maggior forza e capacità. E' una domanda che ripone poche speranze nelle forze esterne alla Valle e nel rinnovamento italiano. Si chiede di far da soli, di migliorare la politica valdostana partendo dalle nostre energie. E' una domanda che chiede alla politica valdostana di riprendersi, di uscire dalle secche in cui è andata ad incastrarsi nel corso degli ultimi anni.
Serve un cambiamento - di cultura, di stile, di metodo, di contenuti - per sottrarci alla crisi di sviluppo all'orizzonte dei prossimi decenni, e per salvarci dalla tempesta che si annuncia sulle competenze regionali e sulla stessa autonomia della Valle d'Aosta. .
lunedì 17 dicembre 2012
Il fallimento del Congresso dell'Union: con l'ombrellino dinanzi alla tempesta.
Il Congresso dell'Union Valdôtaine si è chiuso con un fallimento. Vi sono tre ragioni per dare un giudizio di questa intensità: debolezza, prudenza, arroccamento.
Debolezza. L'Union valdôtaine è un partito debole, e ormai svuotato di contenuti. Da tempo ha perduto la capacità di elaborazione, che si è spenta almeno dal 2000, se non prima. Il costante adeguamento ai disegni e ai modelli politici e amministrativi nazionali, in particolare della sinistra tradizionale (se non addirittura d'alemiana), hanno annullato la ricerca di un proprio percorso politico. Le finali difficoltà della giunta Viérin, il leggero tentativo di ripresa "valdostana" di Perrin e il ritorno al modello statalista-comunista di Caveri hanno portato a compimento una crisi di identità del partito che è testimoniata dal continuo stillicidio degli abbandoni.
Nel 2008, molti valdostani votarono il ritorno di Rollandin convinti di affidarsi ad "une valeur sûre" che rimediasse all'improvvisazione politica e amministrativa degli anni precedenti. Invece, in pochi anni il suo personale patrimonio di credibilità è stato malamente dilapidato. Rollandin ha decretato l'inutilità di qualsiasi elaborazione politica, ha ridotto la gestione della Regione un piano di grandi opere senza un programma di stabilizzazione delle entrate e senza sentore di ciò che stava capitando all'esterno. Si è barricato - isolandosi - scegliendo un piccolo nucleo di pretoriani (spesso maltrattati), e creando con un triste silenzio intorno a sé.
Prudenza. Alcuni hanno avvertito il Capo della tempesta, che peraltro ormai era già arrivata, con i primi tagli alle entrate della Regione e l'esplicita minaccia di chiudere l'esperienza costituzionale dello Statuto speciale. Non le ha veramente ascoltate. Le ha forse un pochino tollerate, accompagnandole con un leggero gesto di fastidio. Chi se ne è fatto portavoce - anche eroicamente dinanzi al cipiglio del Capo - ha per forza dovuto adottare uno stile prudente. Onore quindi a Ego Perron, che ci ha provato: la prudenza è stata tuttavia il suo errore più grave. La mattina del Congresso han parlato solo gli ortodossi: il capissimo Rollandin, l'eroico ma prudente Perron, la pretoriana Rini, per poi mandare tutti a pranzo alla bocciofila di Pont-Saint-Martin. Il Congresso era allora già finito: senza obbligare sin da subito tutti al dibattito, il gioco era già chiuso. La prudenza è stata da un lato organizzativa: i tre potevano invece far due minuti di saluti e facilitare piuttosto l'emergere della protesta più dura, avrebbero potuto aprire la discussione. Avrebbero in questo modo mantenuto il controllo dell'agenda. L'han invece perduta, e chi non ha parlato (Viérin e i dissedenti) ha già annunciato che non rinnoverà la tessera. Drammaticamente prudenti e quindi fragili anche i contenuti: il rilancio del francese (da tempo in abbandono), l'annuncio di una protesta di piazza ma "condizionata" al buon comportamento del governo, il richiamo ad una formale unità del partito sono modalità per prepararsi alla tempesta con un ombrellino da sole.
Arroccamento. Debolezza e prudenza sono i segnali esteriori dell'arroccamento in cui si sono posti il Capo e l'Union valdôtaine da lui influenzata, di cui è stato testimone il Congresso. Senza idee e disegni per il futuro, sopravvalutando la solidità delle proprie mura, il Capo, i pretoriani, i critici e anche gli iscritti spaesati non vedono altra possibilità e prospettiva politica diversa dalla difesa a oltranza del modello organizzativo con cui è stata gestita l'autonomia, in particolare negli ultimi vent'anni. L'arroccamento è veramente deleterio, perché a sua volta esclude il dibattito, lo squalifica come inutile dinanzi alla tempesta, lo indica come nocivo all'unità e alla difesa del partito, prima ancora che dell'autonomia. Con il risultato di prendere per solide mura che invece sono fragili. Rollandin si è spolmonato in una disanima su temi costituzionali, dinanzi un Congresso un po' basito e un po' sperduto e sotto-sotto cosciente del fatto che se Roma vuol chiudere con l'autonomia speciale, ci impiega cinque minuti.
L'arroccamento produce però qualche fuga, di chi non regge più la perdita di buonsenso e di chi vorrebbe qualche cambiamento. L'Arroccato però non ci sente, ci rimane solo un po' male: le sconfitte di Courmayeur, del pirogassificatore, delle dimissioni di Viérin non lo fanno spostare di un millimetro. Gli fanno produrre soltanto modesti gesti di pace, e del tutto strumentali.
Se il Congresso dell'Union è stato un fallimento, nessun valdostano può stare allegro. Il punto è che non esiste una proposta politica solida alternativa, un programma sostenibile di sostituzione del Capo, una visione politica per la Valle d'Aosta (non solo per l'Union) diversa dall'arroccamento. Esistono segnali positivi che provengono dalla società civile, ma sono pochi e sparsi. La protesta che è stata per anni liquidata nell'angolino del radicalismo ha prodotto maggiore proposta, analisi e buonsenso dell'attuale politica ufficiale. Valle Virtuosa è andata fuori Valle a cercare idee e soluzioni, ha svecchiato i meccanismi di partecipazione, ha introdotto una vera novità politica nel grigio panorama politico degli ultimi anni. I renziani han perduto le primarie in Valle ma hanno acceso una lampadina diversa dall'ortodossa candelina ereditata dal PCI. I pendolari dicono cose più sensate degli uffici regionali e dell'assessore ai trasporti. Le proteste dei singoli vengono lette e rilette sui siti web.
Però non basta. Senza una sostituzione, la caduta di Rollandin può avvenire in perfetta coincidenza con la fine dell'autonomia. Con lui (consenziente) possono essere cancellati almeno duecento anni di battaglie, con le loro luci e le loro ombre. E la sostituzione non è un esercizio facile. Il gruppo d'élite che annuncia l'uscita dall'Union sotto la guida di Laurent Viérin sembra porsi in continuità con il prodismo e d'alemismo della giunta guidata da Dino Viérin, cioè tutta roba fuori dal tempo, anche se oggi in gran parte ripresa dai Vendola e dai Fassina. Dalle parti di Alpe non si riesce a uscire da un ruolo d'oppositori a vita. Gli altri quasi non esistono, se non in qualche caso individuale.
Faceva male sentire che nessuno al Congrès abbia detto una parola buona su Monti, che ha veramente contribuito a salvare le penne di un Paese allo stremo, di cui fa parte integrante anche l'economia di questa Regione, con un effetto diretto anche sui singoli cittadini valdostani. Nuoce all'ottimismo notare come non si parli che di spesa, e mai di entrate, di iniziativa imprenditoriale, di creatività aziendale. Che non si faccia veramente "autonomia", cioè disegno e una qualche speranza per il futuro della Valle d'Aosta.
Per come siamo messi, lo scenario non è per nulla buono.
Il Capo sta osservando un po' disperato gli ultimi attacchi all'autonomia. Scaccia con fastidio chi brontola, e prepara tristemente la pala per la sepoltura della specialità della Valle d'Aosta.
Debolezza. L'Union valdôtaine è un partito debole, e ormai svuotato di contenuti. Da tempo ha perduto la capacità di elaborazione, che si è spenta almeno dal 2000, se non prima. Il costante adeguamento ai disegni e ai modelli politici e amministrativi nazionali, in particolare della sinistra tradizionale (se non addirittura d'alemiana), hanno annullato la ricerca di un proprio percorso politico. Le finali difficoltà della giunta Viérin, il leggero tentativo di ripresa "valdostana" di Perrin e il ritorno al modello statalista-comunista di Caveri hanno portato a compimento una crisi di identità del partito che è testimoniata dal continuo stillicidio degli abbandoni.
Nel 2008, molti valdostani votarono il ritorno di Rollandin convinti di affidarsi ad "une valeur sûre" che rimediasse all'improvvisazione politica e amministrativa degli anni precedenti. Invece, in pochi anni il suo personale patrimonio di credibilità è stato malamente dilapidato. Rollandin ha decretato l'inutilità di qualsiasi elaborazione politica, ha ridotto la gestione della Regione un piano di grandi opere senza un programma di stabilizzazione delle entrate e senza sentore di ciò che stava capitando all'esterno. Si è barricato - isolandosi - scegliendo un piccolo nucleo di pretoriani (spesso maltrattati), e creando con un triste silenzio intorno a sé.
Prudenza. Alcuni hanno avvertito il Capo della tempesta, che peraltro ormai era già arrivata, con i primi tagli alle entrate della Regione e l'esplicita minaccia di chiudere l'esperienza costituzionale dello Statuto speciale. Non le ha veramente ascoltate. Le ha forse un pochino tollerate, accompagnandole con un leggero gesto di fastidio. Chi se ne è fatto portavoce - anche eroicamente dinanzi al cipiglio del Capo - ha per forza dovuto adottare uno stile prudente. Onore quindi a Ego Perron, che ci ha provato: la prudenza è stata tuttavia il suo errore più grave. La mattina del Congresso han parlato solo gli ortodossi: il capissimo Rollandin, l'eroico ma prudente Perron, la pretoriana Rini, per poi mandare tutti a pranzo alla bocciofila di Pont-Saint-Martin. Il Congresso era allora già finito: senza obbligare sin da subito tutti al dibattito, il gioco era già chiuso. La prudenza è stata da un lato organizzativa: i tre potevano invece far due minuti di saluti e facilitare piuttosto l'emergere della protesta più dura, avrebbero potuto aprire la discussione. Avrebbero in questo modo mantenuto il controllo dell'agenda. L'han invece perduta, e chi non ha parlato (Viérin e i dissedenti) ha già annunciato che non rinnoverà la tessera. Drammaticamente prudenti e quindi fragili anche i contenuti: il rilancio del francese (da tempo in abbandono), l'annuncio di una protesta di piazza ma "condizionata" al buon comportamento del governo, il richiamo ad una formale unità del partito sono modalità per prepararsi alla tempesta con un ombrellino da sole.
Arroccamento. Debolezza e prudenza sono i segnali esteriori dell'arroccamento in cui si sono posti il Capo e l'Union valdôtaine da lui influenzata, di cui è stato testimone il Congresso. Senza idee e disegni per il futuro, sopravvalutando la solidità delle proprie mura, il Capo, i pretoriani, i critici e anche gli iscritti spaesati non vedono altra possibilità e prospettiva politica diversa dalla difesa a oltranza del modello organizzativo con cui è stata gestita l'autonomia, in particolare negli ultimi vent'anni. L'arroccamento è veramente deleterio, perché a sua volta esclude il dibattito, lo squalifica come inutile dinanzi alla tempesta, lo indica come nocivo all'unità e alla difesa del partito, prima ancora che dell'autonomia. Con il risultato di prendere per solide mura che invece sono fragili. Rollandin si è spolmonato in una disanima su temi costituzionali, dinanzi un Congresso un po' basito e un po' sperduto e sotto-sotto cosciente del fatto che se Roma vuol chiudere con l'autonomia speciale, ci impiega cinque minuti.
L'arroccamento produce però qualche fuga, di chi non regge più la perdita di buonsenso e di chi vorrebbe qualche cambiamento. L'Arroccato però non ci sente, ci rimane solo un po' male: le sconfitte di Courmayeur, del pirogassificatore, delle dimissioni di Viérin non lo fanno spostare di un millimetro. Gli fanno produrre soltanto modesti gesti di pace, e del tutto strumentali.
Se il Congresso dell'Union è stato un fallimento, nessun valdostano può stare allegro. Il punto è che non esiste una proposta politica solida alternativa, un programma sostenibile di sostituzione del Capo, una visione politica per la Valle d'Aosta (non solo per l'Union) diversa dall'arroccamento. Esistono segnali positivi che provengono dalla società civile, ma sono pochi e sparsi. La protesta che è stata per anni liquidata nell'angolino del radicalismo ha prodotto maggiore proposta, analisi e buonsenso dell'attuale politica ufficiale. Valle Virtuosa è andata fuori Valle a cercare idee e soluzioni, ha svecchiato i meccanismi di partecipazione, ha introdotto una vera novità politica nel grigio panorama politico degli ultimi anni. I renziani han perduto le primarie in Valle ma hanno acceso una lampadina diversa dall'ortodossa candelina ereditata dal PCI. I pendolari dicono cose più sensate degli uffici regionali e dell'assessore ai trasporti. Le proteste dei singoli vengono lette e rilette sui siti web.
Però non basta. Senza una sostituzione, la caduta di Rollandin può avvenire in perfetta coincidenza con la fine dell'autonomia. Con lui (consenziente) possono essere cancellati almeno duecento anni di battaglie, con le loro luci e le loro ombre. E la sostituzione non è un esercizio facile. Il gruppo d'élite che annuncia l'uscita dall'Union sotto la guida di Laurent Viérin sembra porsi in continuità con il prodismo e d'alemismo della giunta guidata da Dino Viérin, cioè tutta roba fuori dal tempo, anche se oggi in gran parte ripresa dai Vendola e dai Fassina. Dalle parti di Alpe non si riesce a uscire da un ruolo d'oppositori a vita. Gli altri quasi non esistono, se non in qualche caso individuale.
Faceva male sentire che nessuno al Congrès abbia detto una parola buona su Monti, che ha veramente contribuito a salvare le penne di un Paese allo stremo, di cui fa parte integrante anche l'economia di questa Regione, con un effetto diretto anche sui singoli cittadini valdostani. Nuoce all'ottimismo notare come non si parli che di spesa, e mai di entrate, di iniziativa imprenditoriale, di creatività aziendale. Che non si faccia veramente "autonomia", cioè disegno e una qualche speranza per il futuro della Valle d'Aosta.
Per come siamo messi, lo scenario non è per nulla buono.
Il Capo sta osservando un po' disperato gli ultimi attacchi all'autonomia. Scaccia con fastidio chi brontola, e prepara tristemente la pala per la sepoltura della specialità della Valle d'Aosta.
domenica 9 dicembre 2012
Chiudere le province, per favore
Ci sono ottimi motivi per portare a conclusione la riforma delle province.
Sono tutte ragioni a favore. E'un costo eccessivo, riconosciuto dalle istituzioni internazionali, dalle analisi economiche dotate di qualche competenze, e dal buon senso. Le prove sono dinanzi agli occhi di tutti ma in particolare da chi ha visto da vicino il funzionbamento delle province. Sono una vera dispersione di risorse e di energie, un luogo di spesa senza senso. Lo testimonia il fatto che quasi tutte pensino soltanto a costruirsi una sede gigantesca. Le province sono uno dei peggiori rubinetti aperti della spesa pubblica: e va chiuso al più presto.
Le posizione contrarie alla riforma delle province sono quasi tutte strumentali. A costro di raccontare frottole, sui costi, sulla costituzionalità, sulal funzione fondamentale per i cittadini,, chi le occupa pensa solo al flusso di spesa che passa attraverso i loro bilanci. Sono la sede di cricche formidabili, e per chi è stato ad una delle riunioni tecniche dell'UPI è facile riconoscerlo.
Abbiamo detto che le posizioni contrarie sono "quasi" tutte strumentali. Qualche ragione per un ruolo delle province effettivamente c'è: la rappresentanza di alcuni territori e di loro identità, come Sondrio, la possibilità di elaborare proposte. Vi sono anche alcuni e pochi presidenti a cui si potrebbe stringere la mano, che operano per quel che possono, che hanno dato priorità alle scuole e alle poche strade di cui devono assicurare la manutenzione.
Ma allora, così come sono disegnate dalla riforma, le nuove province vanno benissimo. I sindaci che le comporrano le saranno portavoce di reali interesse territoriali, e non delle camarille e delle cricche, dentro o fuori i partiti o i clan. Saranno province più identitarie perché saranno luogo di collaborazione dei Comuni - in una sussidiarietà orizzontale - e potranno davvero formulare proposte forse dotate di senso, anziché impegnarsi sull'aumento dell'IPT e delle loro entrate, da collocare soltanto in spese di funzionamento e nuove sedi elefantiache.
Dunque non si deve né si può tornare indietro e ciò malgrado la fine dell'esperienza del governo Monti. La domanda di riforma delle province viene da lontano, non solo da alcuni errori della riforma del Titolo V, ma anche da prima, dalla perdita della funzione, della "mission", delle province che si è vista almeno già negli anni Ottanta del secolo scorso. Lo voleva l'amministrazione centrale, lo riconoscevano i centri studi, e questo malgrado i convegni dal tono supino e retorico.
Destra e Sinistra hanno mostrato grande debolezza di governo su questo tema: volevano la riforma, e non hanno saputo governare le clientela e le cricche che resistevano. Hanno lasciato crescere e maturare il loro sindacato, l'UPI che per primo ora deve chiudere baracca, con il suo ultimo lobbista di sinistra che piace ai lobbisti di destra, il Presidente Saitta.
Per questo, la riforma delle province deve essere completata, e un atto al riguardo deve essere adottato entro la fine dell'anno. Probabilmente esistono nuove ragioni di necessità e urgenza per mettere mano al decreto in decadenza, e nel rispetto della sentenza del 1996 della Corte costituzionale. Forse occorre un nuovo testo e un nuovo decreto fondato su nuove ragioni d'urgenza. Oppure occorre una legge di conversione del decreto attuale.
Ma qualcosa bisogna fare.
Sono tutte ragioni a favore. E'un costo eccessivo, riconosciuto dalle istituzioni internazionali, dalle analisi economiche dotate di qualche competenze, e dal buon senso. Le prove sono dinanzi agli occhi di tutti ma in particolare da chi ha visto da vicino il funzionbamento delle province. Sono una vera dispersione di risorse e di energie, un luogo di spesa senza senso. Lo testimonia il fatto che quasi tutte pensino soltanto a costruirsi una sede gigantesca. Le province sono uno dei peggiori rubinetti aperti della spesa pubblica: e va chiuso al più presto.
Le posizione contrarie alla riforma delle province sono quasi tutte strumentali. A costro di raccontare frottole, sui costi, sulla costituzionalità, sulal funzione fondamentale per i cittadini,, chi le occupa pensa solo al flusso di spesa che passa attraverso i loro bilanci. Sono la sede di cricche formidabili, e per chi è stato ad una delle riunioni tecniche dell'UPI è facile riconoscerlo.
Abbiamo detto che le posizioni contrarie sono "quasi" tutte strumentali. Qualche ragione per un ruolo delle province effettivamente c'è: la rappresentanza di alcuni territori e di loro identità, come Sondrio, la possibilità di elaborare proposte. Vi sono anche alcuni e pochi presidenti a cui si potrebbe stringere la mano, che operano per quel che possono, che hanno dato priorità alle scuole e alle poche strade di cui devono assicurare la manutenzione.
Ma allora, così come sono disegnate dalla riforma, le nuove province vanno benissimo. I sindaci che le comporrano le saranno portavoce di reali interesse territoriali, e non delle camarille e delle cricche, dentro o fuori i partiti o i clan. Saranno province più identitarie perché saranno luogo di collaborazione dei Comuni - in una sussidiarietà orizzontale - e potranno davvero formulare proposte forse dotate di senso, anziché impegnarsi sull'aumento dell'IPT e delle loro entrate, da collocare soltanto in spese di funzionamento e nuove sedi elefantiache.
Dunque non si deve né si può tornare indietro e ciò malgrado la fine dell'esperienza del governo Monti. La domanda di riforma delle province viene da lontano, non solo da alcuni errori della riforma del Titolo V, ma anche da prima, dalla perdita della funzione, della "mission", delle province che si è vista almeno già negli anni Ottanta del secolo scorso. Lo voleva l'amministrazione centrale, lo riconoscevano i centri studi, e questo malgrado i convegni dal tono supino e retorico.
Destra e Sinistra hanno mostrato grande debolezza di governo su questo tema: volevano la riforma, e non hanno saputo governare le clientela e le cricche che resistevano. Hanno lasciato crescere e maturare il loro sindacato, l'UPI che per primo ora deve chiudere baracca, con il suo ultimo lobbista di sinistra che piace ai lobbisti di destra, il Presidente Saitta.
Per questo, la riforma delle province deve essere completata, e un atto al riguardo deve essere adottato entro la fine dell'anno. Probabilmente esistono nuove ragioni di necessità e urgenza per mettere mano al decreto in decadenza, e nel rispetto della sentenza del 1996 della Corte costituzionale. Forse occorre un nuovo testo e un nuovo decreto fondato su nuove ragioni d'urgenza. Oppure occorre una legge di conversione del decreto attuale.
Ma qualcosa bisogna fare.
domenica 25 novembre 2012
Sarà facile fermare il declino con i contenuti e la voglia di combattere
di Oscar Giannetto
E’ fantastico come i media seguano i dettagli, e alimentino
la confusione. Noi dobbiamo provare ad avere una visione generale, e malgrado
le incertezze fattuali.
Primo. E’
convinzione diffusa che il quadro attuale non permetta deroghe all’Italia,
obbligata ad un percorso senza alternative. L’Italia deve impedire la propria
crisi e il proprio default perché la sua incidenza sul mercato europeo e quindi
sul mercato mondiale è troppo rilevante. Anche le ipotesi formulate affinché le
ricadute negative siano per quanto possibile limitate al solo mercato interno
sono pura accademia o tentativi marginali, e non hanno cambiato l’opinione
dominante dei players globali e nazionali.
Che questa convinzione sia fondata o infondata è persino
irrilevante. Ciò che conta è che è diffusa e consolidata in diversi ambienti: nei
media, nei soloni del parlamento, nei player economici, negli altri Paesi. L’Italia
deve raddrizzare i propri conti, e quindi il proprio funzionamento interno, per
non costituire un elemento d’instabilità globale.
Le complicate faccende nazionali – così seguite dai media -
diventano dettagli. O meglio, diventano importanti ma secondari tasselli nel
perseguimento dell’obiettivo di un’Italia “stabile”. La volontà del Pdl scombiccherato
e della sinistra arlecchino di ottenere un’unica mazzata in un solo “election
day”, la legge elettorale – pro o contro il Porcellum – persino il Monti che
incespica nella politica quotidiana mentre diventa successore di se stesso sono
questioni da collocare all’interno dello scenario generale della “stabilità
necessaria” per l’Italia, su cui già si sono espressi sia Obama che la Merkel.
Vorrei umilmente far notare che la stabilità è desiderata
non solo dai players economici e politici internazionali e nazionali. La
vogliono anche i cittadini italiani, che appunto hanno ben chiaro che dobbiamo
insieme “fermare il declino”.
Secondo. Con i
nostri i dieci punti noi siamo nati per incidere in modo profondo sul dibattito
politico, ma più ancora sulla società italiana che sugli attori politici. Il
nostro non è un messaggio rivolto ai Renzi, ai Bersani, ai Montezemolo e ai
Casini, ma un messaggio agli italiani. Per questo dobbiamo lavorare prima di
tutto sulla diffusione del nostro messaggio e sull’allargamento della
partecipazione al movimento. Questo è il nostro compito di queste settimane e
di questi mesi, e questo stiamo facendo, correndo di qua e di là per il Paese,
incontrando persone, riunendo non solo l’insoddisfazione e la protesta, ma soprattutto
la domanda di proposte per il governo della cosa pubblica.
Fermare il declino parla agli italiani prima di tutto, e non
ai politici e ai loro paladini. Fermare il declino ascolta e prende nota del
rumore di fondo: del porcellum, delle primarie, della legge elettorale. Ma
resta per il momento un rumore di fondo: Fermare il Declino ha un messaggio
concreto, fa proposte operative: si presenta prima di tutto agli italiani con
una volontà di governo.
Terzo. Sugli
attori politici periclitanti e sulla vita politica non abbiamo ancora la forza
sufficiente per ottenere risultati significativi, per fermare il Declino.
Abbiamo ottenuto una prima leggera influenza attraverso i giornali e i media,
ma non possiamo ancora convincere, “contaminare” o influenzare gli altri
soggetti politici, e tanto meno spostare le decisioni pubbliche verso i dieci
punti. Non abbiamo la forza di intervenire sul “rumore di fondo” della politica
italiana: porcellum, legge elettorale, primarie. Non abbiamo la forza per
intervenire sulle scelte economiche e fiscali del governo.
Abbiamo però la forza per fare proposte chiare e pubbliche. Proponiamo
in Lombardia di non imbarcare l’esperienza negativa degli ultimi anni del
Pirellone. Lo rifiutano? Se ne assumono la responsabilità politica, e si
infileranno in un percorso che li condurrà alla sconfitta elettorale.
Proponiamo in Italia un programma di governo e ci proponiamo
come movimento per concorrere alla sua attuazione. Si riuniscono da soli e
nello stesso tempo ripetono alcune delle nostre idee? Bene, vuol dire che
ritorneremo alla carica come uno dei soggetti politici con cui si è obbligati a
confrontarsi, che non si possono escludere con un gesto di fastidio.
Perché il punto è questo: noi abbiamo ragione, ma dobbiamo
anche farci dare ragione. Noi abbiamo un programma per l’Italia, ma dobbiamo
anche avere la forza per sostenerlo.
Quarto. La
priorità in questo caso diventa organizzativa e operativa. Il nostro lavoro in
giro per il Paese si deve decuplicare. Dobbiamo essere presenti nelle piazze, nei
teatri, nei mercati. Devono parlare di noi i cittadini, e ne devono parlare tra
di loro. I giornalisti ci devono seguire come un fatto nuovo della vita
politica italiana, i tweet e i commenti sui new media devono collocarci al
centro del dibattito.
Noi abbiamo il dovere di presentarci alle elezioni in
Lombardia e in Italia, ma anche nei luoghi dove, nelle prossime settimane e
mesi sarà necessaria la nostra voce e il nostro programma. Perché di crisi politiche
se ne annunciano una dopo l’altra: in Piemonte e a Torino, a Roma, in Veneto,
in Molise, e un po’ dappertutto in questa fase di cambiamento.
Dobbiamo rafforzare tutti i nostri punti di rete,
coinvolgere più volontari e dar loro la possibilità di contribuire a questo
sforzo collettivo, raccogliere fondi con il metodo che ci contraddistingue,
fondato sulla partecipazione diffusa e sulla massima trasparenza. Dobbiamo declinare
i dieci punti in ogni angolo d’Italia, portare un contributo ed esprimerci
sulle scelte pubbliche in ogni regione e in ogni città, e soprattutto dove vi
sono segnali di crisi imminente.
Faremo ben di più di un micropartitino. Dobbiamo lavorare
per raggiungere un significativo peso politico ed elettorale, e quindi
contaminare con le nostre idee la società italiana. Dobbiamo soprattutto
prepararci a portare un contributo decisivo per il suo governo.
Considerazione finale
Come Oscar Giannetto sono commosso per l’entusiasmo che vedo
ogni volta che i dieci punti vengono presentati, quando condividiamo il “raggiunto
limite di sopportazione” insieme alla nostra proposta per cambiare la politica
in Italia. I teatri, le piazze sono piene quando uno dei sette promotori o uno
dei nuovi leader che stanno emergendo prende la parola. E’ una cosa che dà
coraggio, che offre una speranza.
La società civile vede oggi crescere la tentazione di
mandare a casa l’intera classe politica, con sempre più evidenti toni settari e
da mozzorecchi. La politica se l’è voluta. Credo invece che mai come ora serva
trasformare il progetto dei dieci punti in una forza politica. E’ un programma alla
base di un soggetto capace di “contaminare” la società italiana e la vita
politica molto più di quanto possiamo fare individualmente, alla radio,
dall’Università, dagli uffici, nei luoghi di produzione, nell’ambito delle
nostre cerchie di amici e conoscenti.
Per le nostre idee la declinazione unica che vedo è quella
del lavoro comune, della battaglia politica. Noi siamo incontrollabili e senza
padrone perché siamo nuovi, perché siamo un soggetto responsabile ma immoderato
che si colloca senza sogni e sul piano del reale, nell’interesse comune del
Paese, appunto per “Fermare il Declino”. Molti italiani hanno capito il
messaggio e partecipano attivamente alla battaglia. Altri italiani si uniranno al
movimento.
Anche se nessuno è indispensabile, non restate a
casa, perché c’è bisogno di voi.
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